Una luce appaia di Monica Baldini

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E poi la nebbia fitta degli ultimi giorni dell’anno e dei primi in attesa che una luce appaia e rischiari l’orizzonte, traghetti serenità e ondate piene di pace.

Parole confezionate fino che usurate ma davvero desiderate. Uno di quei fiochi lumini che illumina il buio più nero e arde e vuole incendiare ogni mente e cuore perché s’allontani la crepa.

Noi umani miseri che camminiamo e guardiamo il cielo e non solo i passi, volgiamo lo sguardo all’alto e sentiamo il bisogno di una verità che non brucia nel presente ma divampa e sale fino l’immenso che non tocchiamo ma esiste.

C’è.

Quell’essenza di cui siamo composti che riemerge ogni volta che ci accorgiamo della nostra piccolezza vagante su traiettorie libere almeno in parte, che si incespica, si imbatte, si distoglie, rientra e poi ancora ritenta ma sempre con un destino.

La line dell’orizzonte che si confonde con il mare, i colori cerulei che si sfumano e si fondono, i sentimenti di speranza che si allungano, il pensiero che erra e la pochezza di creature che mirano e ammirano che è segno tangibile di una immensità raccolta in un corpo deteriorabile.

Carissimi, in un pomeriggio di inizio anno, le immagini che si accompagnano e mai ci stancano ci ripetono che è per noi e con noi vive quella regalità da custodire e seguire.

Ma solo lei e non altre, solo Uno e non altri.

La dolcezza, l’armonia, la quiete che si legge nella poesia della vita è immutabilmente e inconfondibilmente unica come unici siamo noi, come unico è Dio, Re dell’universo, detentore della vita e vincitore della morte.

Poi si fa sera, scende il tepore delle luci che brillano piccole, delle stelle alte luminose, dell’abbraccio di un tempo trascorso e di una meditazione compiuta, d’un intento da gettare nel fiume del divenire perché si compia una scia d’evoluzione in fede.