«Conosco l’opera di Ilario Fioravanti da molti anni. Fioravanti è uno scultore di Cesena, nato nello stesso anno di mio padre, il 1922; l’ho cercato nel suo studio, stimolato da Giovanni Testori, il grande scrittore e critico che, per gli artisti contemporanei, aveva una sensibilità speciale ed era in grado di individuare valori veri in mezzo a tanti fasulli o inventati. Quando l’ho incontrato, Fioravanti stava mettendo insieme blocchi di creta per comporre figure che, pur essendo religiose, mostravano comunque un aspetto caricaturale». Così scriveva nel 2003 Vittorio Sgarbi per introdurre la mostra di Ilario Fioravanti allestita a Spoleto in occasione del Festival dei due mondi e trasferita, poi, a Matera nella Chiesa del Carmine. A dodici anni di distanza altre opere di Ilario Fioravanti “rivivono” la loro scena a Urbino.
«L’arte non è la realtà. È un’emozione, un mutamento, una trasformazione degli elementi. Mutare quello che noi percepiamo e filtriamo. L’arte non è vedere, fare una cosa com’è, ma il gesto di far vedere, un’operazione più profonda. Nell’arte, nella mia arte, ci deve essere un’attrazione. Fare scultura, così come realizzare un’opera d’arte, non è proporre la realtà fotografica, ma è invece reinventare», così scriveva Ilario Fioravanti nel 2007. Filo conduttore di questo evento è il tema, sempre rinnovato, del Natale. Quell’Annuncio che risuona nella profondità del Tempo e perennemente riecheggia, nonostante tutto e tutti.
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