Primo miliardario dei Bitcoin vende tutte le monete: perché lo ha fatto

È diventato miliardario grazie agli investimenti Bitcoin ma poi ha venduto tutto il suo patrimonio: il motivo è sconvolgente.

In un momento di grande fermento per il mondo delle criptovalute, la recente decisione di Owen Gunden, uno dei più importanti detentori privati di Bitcoin, di vendere l’intero portafoglio di 11.000 BTC, ha riacceso il dibattito sull’evoluzione e il futuro di questa valuta digitale.

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Bitcoin: perché il miliardario ha venduto tutto – Marchenews24.it

La mossa, che ha visto la liquidazione graduale del suo patrimonio, valutato intorno a 1,3 miliardi di dollari, avviene in un contesto di mercato volatile, con il valore di Bitcoin che dopo aver superato i 100.000 dollari a fine novembre, è sceso rapidamente a circa 90.000 dollari.

Owen Gunden: il grande whale che ha lasciato il mercato

Poco noto al grande pubblico fino a poche settimane fa, Owen Gunden è considerato uno dei più influenti investitori privati nel panorama delle criptovalute. Entrato nel settore già nel 2010 come arbitraggista, ha sfruttato le prime differenze di prezzo tra gli exchange storici, come Mt. Gox, per accumulare una quantità significativa di Bitcoin quando la criptovaluta era ancora vista con scetticismo e diffidenza.

Mantenendo un profilo estremamente riservato e distante dai riflettori, Gunden ha costruito nel corso degli anni un patrimonio digitale che lo ha portato a essere, secondo la lista di Arkham, l’ottavo più ricco nel settore delle criptovalute. La sua ultima operazione, iniziata a fine ottobre 2025, ha visto la vendita totale del suo portafoglio, con l’ultima tranche trasferita di recente sull’exchange Kraken. Una liquidazione che ha catturato l’attenzione degli analisti e degli investitori, alimentando ipotesi su un possibile picco ormai raggiunto e sull’inizio di una fase di discesa del Bitcoin.

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Si può davvero fare soldi con i Bitcoin? – Marchenews24.it

Le motivazioni che hanno spinto Gunden a uscire completamente dal mercato restano avvolte nel mistero, dato che non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, gli esperti suggeriscono diverse interpretazioni. Da una parte, la decisione potrebbe essere una semplice scelta strategica per incassare un guadagno importante dopo 15 anni di accumulo, considerando che nel 2010 il valore di un Bitcoin era praticamente nullo, mentre oggi ogni unità supera i 90.000 dollari. Dall’altra, potrebbe riflettere un’intuizione sull’imminente fase di declino o un possibile crollo della criptovaluta, soprattutto in un momento di forte volatilità.

Il timore di un effetto domino, con la vendita massiccia di altri investitori che potrebbero seguire Gunden, è concreto. Questo potrebbe portare a una pressione ribassista sul mercato, con potenziali ripercussioni sull’intero comparto delle criptovalute.

Il Bitcoin, nato nel 2009 dalla mente o dal gruppo di sviluppatori dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, continua a rappresentare la criptovaluta più celebre e capitalizzata al mondo. Con una capitalizzazione che supera oggi quella di molte istituzioni finanziarie tradizionali, Bitcoin si è evoluto da semplice esperimento digitale a un asset finanziario di rilievo globale.

Secondo gli esperti come Garrick Hileman del Centre for Alternative Finance dell’Università di Cambridge, Bitcoin non è una bolla destinata a sgonfiarsi definitivamente, ma un fenomeno che ha superato diversi picchi e crisi nel corso degli anni. Pur non essendo una moneta nel senso tradizionale, Bitcoin somiglia piuttosto a un “oro digitale”: un bene rifugio scelto principalmente per la sua scarsità e per la sua indipendenza dalle autorità centrali.

Il valore di Bitcoin si basa su un sistema di consenso decentralizzato, la blockchain, che garantisce la sicurezza e la trasparenza delle transazioni senza intermediari. Questa tecnologia ha aperto la strada a una nuova era di sistemi distribuiti, anche se la sua applicazione pratica e il mercato delle criptovalute rimangono ancora immaturi e soggetti a frequenti interruzioni e problemi tecnici, ostacolando l’ingresso di investitori istituzionali di grandi dimensioni.