Osservare la natura per migliorare di Monica Baldini

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Guardare la natura e farsi coinvolgere dai suoi componenti, dal cielo, dalle onde, dall’acqua,dagli alberi, dall’erba, dal vento, dalle nuvole, dal Sole non è cosa da tutti. Occorre un occhio attento. Un occhio che ha interesse ed attrazione per ciò che non gli appartiene ed è esterno ma sente profondamente suo, tanto che se ne lascia avvicinare e assumere a riferimento. La natura diviene conforto, musa, vademecum con i suoi moti ed evoluzioni, diventa quasi amica, diventa personificata direi. Questo si avverte ne “Il sentiero del polline”- Kanaga Edizioni, il libro di poesie di Guglielmo Aprile di cui esemplarmente di quanto detto, vorrei riportare questo testo:

Stella nomade
“Voglio sentire solo
le foglie secche che crepitano
docili ai miei passi
mentre accarezzano il suolo
lievi, fedeli al vento,
e i concerti dei passeri,
lontano dalla gente
e dalle sue parole,
sul viso nient’altro che il tiepido
abbraccio del sole;
voglio obbedire a questa sete
barbara e selvaggia
di premere le suole
senza fretta sui sassi,
di camminare e di guardare
tutto come un miracolo,
nei boschi o sopra una spiaggia:
respirare l’erba
arrampicandomi su un’erta,
assecondare ogni ondulazione
del terreno, distinguere i vari
riflessi di verde
dei prati, il loro discontinuo
arazzo, e le molte sagome
di alberi, il pino
che affonda come tentacoli
nel fango le radici
tenaci, come una mano
ferocemente aperta,
il tronco vecchio di cicatrici,
le nuvole che scorrono piano
e scompaiono dietro un pendio,
la luce che muta sul lago;
spogliarmi di ogni nozione
di chi sono e della mia esistenza,
e pensare che forse Dio
s’incontri e ci parli
ovunque un picco si erga,
ovunque lo spazio si perda
dall’alto di una sporgenza
a colmare le valli.”

Si avverte forte l’abbraccio alla natura che colma il buco di una solitudine presente, descritta e sconfitta dalla forza stessa della voce della natura.

Ovunque mi sei accanto
“Perché soffrire d’essere
soli? Hanno mai mosso
un passo forse i monti
l’un verso l’altro? Il fiume
devia il corso per stare
più accanto al suo simile? L’astro
soffre perché il fratello
più prossimo a lui è diviso
da secoli di notte?
Nessuno è con me
mentre per luoghi aperti
e vasti vago, nessuno ma il sole
mi circonda, e ai miei passi
offre una compagnia
discreta ma più pura
di quella degli uomini”

Una poesia piena di vocaboli anche ardui e accostati in maniera audace che si appresta a porre domande e a inserire il lettore in un passeggero che si avvia per vie e spiagge, per lidi e foreste, che guarda lo scontro tra falesie e mare imperterrito e impetuoso. Sangue e argento, turchese e turchino spesi spesso, sentimenti che si confondono con le tempeste e scavano la loro motivazione, forse ascoltando proprio cosa accade là fuori da sempre, dall’inizio dei tempi come mostrano i resti e le sculture nelle pietre. Un tratto che colpisce e finisce così, arreso, con il desiderio di mitezza.

“Ma ho troppa polvere sulle mie ali”
Nella corsa delle onde
anch’io affondare, immemore, travolto
dalle loro cavallerie, lasciarmene
trascinare via senza resistenza:
nel loro grido la mia voce spegnere,
nel loro amplesso seppellire
la pira che non cessa di bruciare,
la statua dalle miriadi di mani
fatta di sangue, che impone di vivere;
guarirmi da me stesso, essere uno
con la polvere arresa allo scirocco,
perdermi in scia a carovane di nuvole.
E vorrei fare mia la saggezza dell’erba
ed imparare a somigliarle: l’erba
che cresce lenta e in silenzio respira
nei luoghi dove non passa nessuno;
e invidio il mare, il suo sonno possente
che domina sulle grandi acque al largo.”

Credo al netto di questi versi, che uno sguardo osservante sia fonte di saggezza e possa salvare molti cuori, sciogliere durezze e limiti poiché anche con grande ostinazione, prima o poi, il Creato potrebbe sorprendere e manifestare qualcosa che non ci si aspetta.