Mostra sul Beato Pier Giorgio Frassati a Moie

Dal 4 all’8 settembre, nel salone della Chiesa Cristo Redentore, la Mostra dedicata al Beato Pier Giorgio Frassati (1901 – 1925), patrono delle Confraternite e dei giovani di Azione Cattolica

MOIE (AN) – Nell’ambito delle festività patronali, un gruppo di parrocchiani in collaborazione con la Confraternita del SS. mo Sacramento di Moie propone una mostra dedicata al Beato Pier Giorgio Frassati (1901 – 1925), patrono delle Confraternite e dei giovani di Azione Cattolica. La mostra è stata concessa dalla “Compagnia dei Tipi Loschi di Pier Giorgio Frassati” fondata nel 1993 a San Benedetto del Tronto che ha realizzato i 22 pannelli sulla vita del Beato.

La mostra sarà allestita dal 4 all’8 di settembre nel salone della Chiesa Cristo Redentore. Il 4 e il 5 settembre sarà aperta dalle 16 alle 20; il 6, il 7 e l’8 settembre sarà aperta dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 20. Pier Giorgio Frassati sarà canonizzato il 7 settembre 2025, insieme a Carlo Acutis. I gruppi che intendono effettuare una visita guidata della mostra possono contattare Luca al numero: 3714954946.

Frassati: in un mondo che corre lui si fermava per amare

In un mondo che corre, lui si fermava per amare, in un mondo dove si misura tutto in like, successo, potere, immagini, lui scelse il servire, perché aveva capito la formula per rendere piena la propria vita, la vera grandezza è servire, la felicità più autentica è nel donarsi, la fede diventa così un motore inesauribile per cambiare il mondo.

Era un giovane che aveva tutto, appartenente ad una delle famiglie più ricche e affermate della Torino del primo Novecento: il padre, ambasciatore a Berlino e fondatore de “La Stampa”, la madre, donna con una raffinata cultura e pittrice apprezzata. Pier Giorgio cresce in un ambiente colto, ma spiritualmente lontano da una fede convinta, eppure fin da adolescente sviluppa una fede profonda, vissuta con entusiasmo e concretezza, e uno stile di vita umile. Pier Giorgio poteva avere molto, ma scelse di dare tutto.

Era un ragazzo come tanti altri: studente di ingegneria mineraria, sognava di contribuire con i suoi studi a migliorare la vita dei minatori. Era un gran compagnone, tanto da fondare i cosiddetti “Tipi loschi”, un affiatato gruppo di amici. Amava la montagna, ma guardava ancora più in alto: il suo “Verso l’alto”, era chiaramente un invito a superare le vette delle montagne e raggiungere quelle della santità.

Sapeva divertirsi, ma si interessava anche di politica, tanto da partecipare alle manifestazioni a difesa della libertà e della democrazia, scelse di vivere la vita coerentemente con la propria fede, senza ipocrisie, senza sconti. Fede e vita non furono mai per lui due binari diversi, ma sempre un’unica esperienza, una sintesi senza ripensamenti, vivendo come se ogni giorno fosse eterno, sperando di poter avere giorni più lunghi di ventiquattr’ore, per fare di più, per fare meglio, per arrivare a tutti. Aiutava senza clamore, donava il proprio cappotto, spingeva carretti con le cose per i poveri, dava tutto, rimanendo senza soldi per il tram, apriva la propria casa ai più deboli e sapeva farsi valere in modo deciso contro chi offendeva e aggrediva.

Nato il 6 aprile 1901, muore a Torino il 4 luglio 1925, a ventiquattro anni, colpito da una poliomielite fulminante, probabilmente contratta durante una visita ai malati. Due giorni prima della morte, scrive l’ultimo biglietto per aiutare un povero. Un esempio fulgido che esprime come, anche se breve, la vita può diventare uno strumento umile ma efficace nelle mani di Dio.

La sua carità era concreta, non parole, non passerelle, tanto che solo alla sua morte, vedendo le centinaia di persone presenti al suo funerale, tutti capirono chi era veramente quel giovanotto aitante e sempre allegro. Un vero amante di Dio, un servitore dei fratelli, un giovane che cercava di dare spazio a Dio e formarsi in modo da mettere in atto le beatitudini evangeliche («l’uomo delle otto beatitudini» lo ha definito san Giovanni Paolo II, che lo ha beatificato).