I pezzi strumentali sono cinque (Odòs, Per Marino, Solo ad agosto, Il brusio delle parole, Ulisse racconta), sorvegliati in larga misura da una chitarra chiaroscurale, in grado di addentrarsi in regioni interiori che sfiorano libere associazioni (malinconie sottili, refoli di luce, storie smarrite, o forse soltanto lasciate andare…). Una coniugazione ideale delle canzoni per l’appunto (scritte dal poeta Michele Caccamo) dove si ritrovano i sentimenti che appaiono confusi. Così l’autore tenta di definirle attraverso la sottrazione, i recuperi oppure curare le cicatrici della vita. Dalla “poetica della guarigione” nascono: Qualcosa di familiare, Vuol dire, Tu lo sai, Amore è forse, Dopo un abbandono. La scrittura di Caccamo è più poetica che cantautorale e ciò rende l’interpretazione del chitarrista-interprete più libera e distante dalla metrica della canzone strictu senso.
Con una timbrica personale, sporca e credibile quanto basta per tenersi alla larga dalla stereotipia interpretativa, Germini si rivela misurato, elegante portavoce di un album che lo è altrettanto. La citazione finale va infine alla copertina di Orazio Truglio: un primo piano “trattato” di Massimo Germini che rende giustizia all’eleganza complessiva del lavoro.
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