Nell’età delle masse, la politica vuole parlare a tutti e di conseguenza adotta un linguaggio semplice e di persuasione; il parlar figurato, per metafore e per apologhi, è strumento principe di propaganda. Così non stupisce che la politica racconti, letteralmente, favole, cioè ricorra a strutture narrative note, proprie della tradizione favolistica, mescolando dati reali con elementi satirici, leggendari, zoomorfici, ecc. Pinocchio, che è – anche oggi – il personaggio fiabesco più citato nella metafora pubblica e nella satira italiana, è così di volta in volta campione fascista e poi comunista; il Gatto e la Volpe sono effigiati come Togliatti e Nenni quando, in cambio di un semplice voto, invitano il burattino di Collodi al Paese della Cuccagna.
Ma non solo: Stalin è personificato come Mangiafuoco, Truman come Orco, il lupo di Cappuccetto rosso ha i tratti di Togliatti, ecc. Tutto ciò è allusivo, falso e seducente, come dimostra lo studio di Stefano Pivato che approfondisce il tema del vasto campionario di favole utilizzato dalla politica italiana, soprattutto negli anni della Guerra fredda.
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