IL FARO di Monica Baldini

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FANO – Ho sentito il faro, da questa mattina perché la nebbia era sì già densa e avvolgeva evidentemente il mare facendo perdere la rotta ai pescherecci al largo.
Era densa quando sono salita in alto scorrendo sulle colline verdi e ammantate di spicchi di luce riverberanti di maestà e bellezza.
Anche nel grigiore, quel bagliore così forte illuminava e schiariva e calamitava lo sguardo e il cuore fissandolo e sollevandolo nell’oltre e nell’alto.Il faro, l’ho risentito anche dopo, tornando.Quel suono che giunge come un richiamo e guida, evoca terre lontane e vicine, lidi prossimi. Serve a questo, il faro riporta a casa. Il suono del faro dalla sede della guardia costiera ormeggia nel porto e spruzza a cadenza regolare fioca lume e rumore. “Quà, siamo quà” dice.

“Venite, non perdetevi, impostate la direzione” per non restare vaganti in mare aperto abbracciati da un’aria dolce ma illusoria.La nebbia confonde, avvolge e depista se non si è attenti a seguire le tracce, i riferimenti. Così anche io l’ho seguito, quel suono e mi ha portato a vedere scene di pesca finite.I pescherecci erano tutti rientrati, fermi e vuoti.I gabbiani intorno volavano e bianchi segnavano i contorni delle barche usurate stendendo e riposando in fila distanziati.Loro simboli del mare, loro che si aggirano dove c’è odore di pesce, loro che sono parte del mondo vivo che circonda e riempie l’attività umana di un mistero d’eterno per cui l’uomo è anch’esso creatura. Il faro era lì rigido come ogni volta eppure nuova perché la strada si riempie nel mentre di sensazioni e sensi sorti per cui si affina il sentire. Una come me, cresciuta con l’odore della salsedine sui capelli e i passi sui sassi, per una come me, il faro ha molti significati ma uno erge su tutti: rientrare perché fuori c’è pericolo. Vigilante nella nebbia come una grande lampada dona calore e mette a fuoco per non far smarrire il cuore, per togliergli la paura del non sapere dove andare.