“Ascoltare gli alberi” di Monica Baldini

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Adoro smarrirmi per le vie piccole del centro con le luci a fiammelle che si stagliano nel buio della sera. Adoro navigare come una nave che insegue il faro nel mare piatto e sereno dell’imbrunire. Adoro quella sensazione di beatitudine che i contorni neri definiscono nelle sagome pesanti e compatte delle case, dei negozi, dei tetti, delle scuole, del campanile.
Adoro sapere che quelle vie sono note ma profumano di nuovo ogni passo tu compi come nel percorso della vita: un fiorire continuo, graduale, progressivo come per quella domenica di cui parlai.
“Questa è New York” di E. White poi “Noi, il ritmo – Taccuino di un poeta per la danza” di Davide Rondoni ed ecco “Ascoltare gli alberi” di H.D. Thoreau.
Questa volta ho letto di alberi, della loro bellezza variabile ad ogni stagione, della loro naturale presenza sapiente accanto alla civiltà umana, del loro essere vivi ed importanti conoscitori dei misteri che sottendono l’universo, il Creato.
Ho letto degli occhi meravigliati che l’autore espone come un bambino di fronte a pini, querce, betulle, a foglie caduche ballerine, a “loro che svettano a tali altezze e vengono deposte in basso, rassegnate a giacere e decomporsi ai piedi dell’albero, e a concedere nutrimento a nuove generazioni della loro specie, proprio come a svolazzare ancora in alto! Ci insegnano a morire.”
“Cadono per risorgere”. Diario, 16 ottobre 1857.
Ho letto di meraviglie, di gioie pure nell’osservare la neve che si posa sui rami e crea forme sempre diverse mai uguali, di lastre ghiacciate che aprono a fantastiche immagini come quando la vista “della strada di Brister’s Hill, pura e non battuta, con rami e alberi a sostenere carichi nevosi incurvati su di essa da ogni lato, fa venire la tentazione di cominciare una nuova vita. Il ghiaccio è ricoperto, non si pattina più. Le colline nude sono così bianche che non riesco a vedere il loro contorno sullo sfondo del cielo brumoso”. Diario, 26 dicembre 1853. Thoreau.
Thoreau annota, segna colori e visioni splendide, attinge alla delicatezza per dipingere con la parola quello che il cuore accoglie e ogni parola si abbina all’altra come perla di una collana preziosa. E’ prezioso ciò che dice, è una fervida lettura del vivere e ascoltare gli alberi come esseri importanti.
“L’uomo è come un albero che non è limitato dall’età, ma cresce fin quando ha radice nel terreno. Dobbiamo solo vivere nell’alburno e non nel durante”. Diario, 18 febbraio 1841.
La sua sensibilità umana si combina con delicatezza empatica agli alberi e ne fruisce, parla di stagioni, parla del parallelismo tra il vivere e crescere umano e quello degli alberi, parla di ottobre: “Ottobre corrisponde a quel periodo della vita dell’uomo in cui non è più dipendente dai suoi umori transitori, in cui tutta la sua speranza matura in saggezza, ma ogni sua radice, ramo, foglia splende di maturità.
Appare ciò che è stato e che ha fatto in primavera e in estate. Porta i suoi frutti.” Diario, 14 novembre 1853.
“Le diverse caratteristiche degli alberi appaiono meglio ora, quando le loro foglie sono, per così dire, mature, che in ogni altra stagione; che in inverno, per esempio quando sono poco degne di nota, e quasi uniformemente grigie o marrone, o in primavera e in estate, quando sono di un verde indistinguibile. Adesso, un acero rosso, un frassino, una betulla bianca, una Populus grandidentata si distingue quasi a qualsiasi distanza. Per le foglie è come per i frutti e i legni, gli animali e gli uomini: quando sono maturi, le loro caratteristiche diventano evidenti.” Diario, 30 settembre 1851.
Thoureau ci consegna osservazioni e tratti mirabili.
Non paia casuale il viaggio tra le lettere, tra i libri, tra gli alberi della foresta come tra le vie al calar del sole. Nulla è casuale soprattutto quando si scorge che il senso del ritmo si apre, balla con te e si rivela a te, ti comunica, ti dà echi e rimandi.
Quel veleggiare in bici che guarda ai particolari e t’avvolge, quella brezza e quel silenzio delle luci accese nelle case che t’abbraccia, quel sapore che ti piace, quei fiori appesi alle finestre come le foglie che ballano fino al terriccio. Quegli indizi che raccontano e in ogni versante raccordano alla fonte, all’origine che è anche fine, a Lui:
“Stamattina le campane sono particolarmente soavi. Odo più di quanto abbia mi udito, mi pare. Nel loro suono oggi c’è più religione che mai nel radunare gli uomini. Gli uomini obbediscono al loro richiamo e si recano alla chiesa riscaldata dalla stufa, sebbene oggi Dio si mostri al viandante in un roveto ghiacciato, come in antico a Mosè in un roveto ardente.” Diario, 2 gennaio 1853. Thoureau, “Ascoltare gli alberi”, Garzanti.
Tre libri da un appuntamento domenicale, libri imprevisti ma connessi, goduti, assaporati che fanno eco e ad ogni passo riverberano: il cuore batte di più e il suo suono inonda di puro piacere.
Monica Baldini